Italia. Svanito l’entusiasmo per il “Black Friday” quel che rimane in realtà è solo il decadimento del settore commerciale, che affonda da decenni sempre più inesorabilmente nell’abbandono e nel depauperamento. Negozi storici, simbolo di una conoscenza anche artigianale propria del nostro Paese, chiudono i battenti a causa di una indiscriminata pressione fiscale e di leggi che non tutelano industria e commercio, ma li affossano rilanciando paradossalmente i prodotti esteri, nel cibo quanto nella moda.

Questo meccanismo perverso trova un suo esemplare compimento nella esasperata adozione di tradizioni che non appartengono alla nostra cultura e che innalzano uno smodato e bulimico consumismo a fenomeno di tendenza. Come un morbo si è diffusa quest’anno la frenetica attesa per il “venerdì nero”, in molti non erano neanche a conoscenza di cosa esattamente si trattasse, ma il suono anglofono abbinato all’idea dello shopping ha reso immediatamente appetibile una realtà che non ci è mai appartenuta.

Si è in tal modo ancora una volta innescato un processo deleterio per quel valore aggiunto che in passato ha fatto del nostro commercio un esempio per il mondo: la tradizione, la cura per il dettaglio.

Proseguire con l’importazione di stili di vita americani, dal fast-food all’ultimo evento oggetto di questa riflessione, distrugge l’economia del Paese, annientando insieme ad essa le peculiarità che hanno contraddistinto il nostro mercato e il settore dell’artigianato. Ancora una volta uno dei nostri punti di forza viene rovesciato favorendo una squallida emulazione estera che regala l’illusione di un appagamento materiale, in cambio di un piccolo sconto su un prodotto in serie spesso privo di qualità.

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